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India – Da Rishikesh ad Haridwar e Amritsar

Da Rishikesh ad Haridwar e Amritsar

 
 
 

India. Gange. Mucche. Spiritualità. Devozione. Preghiera. Offerte.

E io in mezzo a tutto ciò. Inizialmente in punta di piedi, poi trascinata da centinaia di persone ad emularle, seguirle, far parte di loro.

Non ho ancora incontrato nemmeno un turista. Questo mi sembra stranamente bellissimo, egoisticamente perfetto. Tutto mi appare verace, distaccato da qualunque speculazione e finzione.

 

E così, in questi giorni, le esperienze vissute sono state davvero coinvolgenti. A Rishikesh e ad Haridwar mi sono sentita parte di una quotidianità profondamente intrisa di spiritualità. Mi sono bagnata nel Gange. Ho offerto al fiume sacro una corona di fiori con una candela e dell’incenso accesi al suo interno. Ho ripetuto con un santone una preghiera in hindi, chiedendo la protezione per tutta la famiglia. Mi hanno fatto buttare per tre volte del latte cagliato nel Gange mentre le persone che mi circondavano pregavano. Ho assistito a rituali e preghiere che hanno poi portato, la sera, a punteggiare  il Gange di mille luci colorate, quelle delle fiaccole circondate dalle corone di fiori che, al tramonto, i pellegrini giunti sin qui hanno buttato nel fiume in segno di devozione.

 

Mi sono trovata con la fronte colorata di arancione e di rosso decine di volte, bracciali legati intorno ai polsi, fiori di loto tra le mani. Ad ogni passo qualcuno mi fermava, pregava con me, mi faceva qualche rituale con unguenti ed hennè. Non mi capita spesso di essere senza parole, ma le emozioni provate in questi giorni sono state davvero impagabili.

 

Che non ci siano altri turisti mi è costantemente e silenziosamente ribadito dalle centinaia di foto che i locali continuano a scattarmi. In stazione dei treni sono persino intervenuti dei militari, muniti di enormi fucili con il calcio e l’impugnatura in legno di sandalo, per mandare via una quindicina di ragazzi che, da almeno dieci minuti, continuavano imperterriti a mettersi intorno a me per scattarsi dei selfie. Per carità, non mi davano alcun fastidio, ma forse erano in troppi e i militari li hanno trovati un po’ troppo inopportuni e invadenti.

Invadenti loro??? Ma vogliamo parlare delle scimmiette che non mi hanno lasciata mangiare? Avevo preso del pane naan con crema di lenticchie e delle frittellone dure di.. non lo so, comunque salate e tutto era rigorosamente avvolto in carta di giornale (e sciami di mosche, ma soprassediamo…). Non appena sfioravo la carta… decine di occhietti curiosi si palesavano tra i tralicci della pensilina della stazione, intenti a carpire il momento ideale per togliermi dalle mani il cibo. Non ci sono riuscite, mi sono sentita furbissima… fino a quando una piccola, minuscola e apparentemente dolcissima scimmietta sopra di me… ha pensato bene di farmi la pipì addosso, infradiciandomi i pantaloni poco prima purificati nel Gange. Non sapevo se ridere o se mettermi a piangere, anche perché il mio zainetto a mano non mi consente grandi possibilità di cambi d’abito! E poi avrei trascorso la notte in treno, poveri i vicini del mio scompartimento! Fortunatamente il curry era il profumo che più si sentiva tra le cuccette, dove la gente si è dilettata a mangiare di tutto e di più prima di sdraiarsi. Ah, ovviamente ho viaggiato in mezzo a loro, condividendo cibi e spazi, senza nemmeno lontanamente pensare a una prima classe con aria condizionata. Dall’esterno del treno, quando quest’ultimo è arrivato sui binari, mi sono un po’ impressionata nel vedere le tante sbarre di ferro al posto dei finestrini e le decine di persone stipate che cercavano una posizione quanto meno umana… ma poi tutto si assesta, magari dormono in tre nella stessa cuccetta, qualcuno cambia o sbaglia posto facendo scattare discussioni infinite ma alla fine sembra che tutto funzioni. Per quanto sia sempre India e il verbo “funzionare” mi sembra già un’illusione. Basti pensare al traffico sulle strade. Semafori che non funzionano, cambi di corsia inaspettati e auto che ti arrivano di fronte, zigzag continui, buche, lavori in corso, mucche che bloccano il passaggio dei tuktuk, questi ultimi che creano una fila esagerata, tutti che suonano il clacson… e intanto la sottoscritta si concentra sul panorama circostante per non fare un infarto dopo l’altro.

 

Stamattina ho fatto la fila davanti a un chioschetto per mangiare. Ho pensato che, come sempre, dove c’è tanta gente c’è un buon giro di cibo fresco. Bene. Ero in fila con i poveri, che aspettavano il proprio turno per una ciotola di riso. Sono senza speranze!

 

In questo momento mi trovo seduta di fronte al Golden Temple di Amritsar. Il caldo è opprimente, si può camminare solo a piedi scalzi perché non consentono l’uso nemmeno di calzini. Prima di entrare si attraversa un canale di acqua e poi si resta a piedi nudi sul marmo, spesso rovente, per ore. Ma la scusa del caldo e dei piedi ustionati è sicuramente ottima per darmi la possibilità di fermarmi e assaporare con occhi e cuore questo bacino d’acqua che, dicono, abbia poteri curativi (e, dunque, attrae milioni di pellegrini), al centro del quale sorge un santuario la cui cupola è stata realizzata con 750 kg di oro. Per entrare nel santuario ho fatto una coda tra 1.500 persone circa intorno a me. Al suo interno, un santone molto anziano mi ha fatto un rituale sulla fronte e sulla testa, ho avuto l’onore di asciugare il pavimento come gli altri fedeli presenti (mi hanno rifornita di straccio e spiegato minuziosamente come fare) e sono stata oggetto, per l’ennesima volta, di foto con un infinito numero di persone che, spesso, mi mettevano in braccio neonati quasi fosse di buon auspicio.

 
Qui è tutto pulitissimo, immacolato.

Fuori da qui è un delirio di clacson, bancarelle, tuktuk, mosche e ragazzi che mi offrono un passaggio in Pakistan.

 

India 02 - Da Rishikesh ad Haridwar e Amritsar
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