Shimla - copertina

India – Shimla

Shimla

 
 
 
 
Ebbene sì… sono stata qualche giorno a Shimla!

Ci tenevo davvero molto ma è stato un parto plurigemellare riuscire a raggiungerla. Sforzi ben ricompensati, comunque.
Alla fine sono riuscita nell’intento prendendo un autobus all’andata e un mini trenino a scartamento ridotto al ritorno.
Sul tragitto in bus è meglio stendere un velo (facciamo un tendone, va…) pietoso. Sorpassi in curve cieche, velocità assurde, contromano quando la giusta corsia sembrava un pó intasata. Ma questo è un modus vivendi in India. Io ho tenuto la testa appiccicata al finestrino sulla mia sinistra per non svenire dal terrore guardando davanti a me. Mi ha ripagata però l'”autogrill” lungo il tragitto, non tanto per la questione bagno (il solito coreografico buco per terra in mezzo alla fogna) quanto per lo stupendo spuntino a base di paratha ripiena di patate e cipolle, cotta in un forno a forma di anfora (che, in realtà, è più spesso un bidone dell’olio da 200 litri opportunamente riempito sulle pareti interne di cemento, ricavandone un forno a carbone) riponendo il panetto a cuocere lungo le pareti interne. Era buonissimo, anche se l’ufficio igiene penso che tenterebbe il suicidio in massa al solo pensiero di come viene servito oltre che per le condizioni insite nel procedimento e nella “location” (mi fa ridere la parola “location” rispetto alla realtà effettiva!!!).

 

Sono comunque arrivata a Shimla sana e salva. E me la sono goduta qualche giorno.
2.300 metri, un giusto frescolino (a parte un mega monsone che sembrava più un tornado), un luogo coccolissimo in cui passeggiare senza automobili, tuktuk, clacson, sputi… sììììììì… sputi, perché in centro ci sono decine di cartelli municipali che vietano di sputare pena una multa salata ai contravventori.

 

Ho camminato tantissimo, specie nel bazar, dove gli sherpa (termine che indica una popolazione tibetana ma che poi è stato utilizzato per citare i portatori di carichi pesanti in alta quota, qui più generalizzato per connotare persone che, per lavoro, trasportano sulla schiena pacchi enormi e pesantissimi, aiutandosi legando gli stessi con una fascia da far poi passare anche intorno alla fronte) sembravano una normale presenza, oltre ai mille negozietti con ogni sorta di mercanzia in vendita.

 

Ho assaggiato specialità locali e frutti in mille chioschetti, localini e al mercato. Non faccio che assaggiare, spesso mi regalano cibi solo per il gusto di vedere le mie facce… appagati poi nel vedermi soddisfatta!

 

Ho anche appagato il mio ego. Ho raggiunto un tempio, in salita, in 20 minuti. Un cartello posto a inizio sentiero indicava il grado di forma fisica rispetto all’età e ai tempi di percorrenza. Io ho raggiunto la meta come una persona sotto i 30 anni in piena forma. Ok, ok, ora ho i polpacci che urlano vendetta, ma al momento mi sono sentita una vera atleta!

Il percorso appena citato verso il Jakhu Temple, dedicato al Dio Scimmia, è, nemmeno farlo apposta, invaso di scimmie che spuntano, in mezzo alla vegetazione, da ogni dove. Bisogna avere con sè un bastone da muovere eventualmente in loro direzione quando queste simpatiche bestioline pensano di potersi avvicinare per rubare qualcosa che abbia attirato la loro attenzione. Sono prontissime a scattare di fronte a qualunque rumore di sacchetti, borse e carte. E sono troppo forti. Fuori dal tempio c’è una sorta di lavabo dove la gente fa le abluzioni prima di entrare all’interno dell’edificio. Bene, le signorine andavano ad aprirsi i rubinetti per bere, poi li richiudevano e via… pronte a giocare ancora e a cercare cibo.

 

E poi… poi ho visto Sandokan. Mi stavo riparando dal monsone sotto un telo di plastica (bucato, per cui mi sono comunque lavata!) steso tra due lati di un vicolo quando è arrivato Lui. Alto, moro, capelli lunghi e occhi verdissimi.

 

Ma quello che davvero mi ha lasciata senza fiato é stato il panorama che mi ha accompagnata, per 5 ore, lungo il percorso fino a valle. Sono arrivata in stazione un’ora prima, fradicia nonostante indossassi la mantellina e un pó infreddolita, intenzionata a prendere un chai (tè con molto latte e zucchero) per scaldarmi un pochino. E cosa scopro? Che in stazione preparano dei thali (una sorta di menù a prezzo fisso, servito in vassoi multi-porzione) a prezzi straordinariamente bassi…

Mi faccio ingolosire, mangio tanto e bene, salgo sul mio trenino a scartamento ridotto e, nell’attesa, cerco di imprimere su carta sensazioni ed emozioni che mi stanno accompagnando.

 

Poco prima della partenza sale una famigliola che mi si è seduta accanto e con la quale ho chiacchierato lungo tutto il tragitto (ah, ne ho approfittato e mi sono fatta scrivere la ricetta originale del dhal, la crema di lenticchie speziata che qui servono ovunque).

 

Nel giro di 5 minuti arrivano delle noccioline tostate, un dolcetto e un chai. E vabbè, posso fare questo sforzo… peccato che dopo un’ora abbiano servito una cena da principi che mai avrei lasciato lì ma… aiutooooo… tra poco rotolooo!!! Non sono certo abituata a questi lussi, di solito in treno il servizio è ben diverso (servizio?! What’s servizio? Qualche giorno fa, prima che partisse il mio treno, l’addetto alle pulizie ha utilizzato la stessa pezzetta per pulire prima i bagni e poi i materassini delle cuccette, su una delle quali mi sarei subito dopo sdraiata io. Avrei preferito l’urina di mucca di cui avevo parlato qualche articolo fa).
In ogni caso il tragitto è stato un susseguirsi costante ed esponenziale di emozioni. Il trenino ha proceduto con estrema lentezza tra montagne terrazzate dipinte di mille sfumature di verde punteggiate, qua e là, da qualche batuffolo di nuvola bianca. I profumi che entravano dai finestrini aperti erano molto forti e andavano dal legno all’erba, dai fiori al muschio. E, ogni tanto, spuntava qualche villaggetto dai tetti colorati, quasi fossero dei piccoli presepi incastonati come gemme preziose in mezzo a una natura incontaminata.

 

India 04 - Shimla
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