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India – Delhi

Delhi

 
 
 

Scena n.1: il mio arrivo a Delhi in treno. Dalla mia cuccetta, all’alba, apro gli occhi. Mi trovo decine di persone, accucciate su un canale parallelo alla ferrovia, intente a fare i loro bisogni. Tranquille. Nude. Uno stralcio di quotidianità cui non ero abituata.

Dietro, baraccopoli.

Scena n.2: dalla finestra del mio ostello apro le tende e osservo quel che accade. Sono le 7 di mattina. Sotto alla finestra, due urinatoi a vista, un cavallo, una bimba sull’uscio di casa che fa la pipì in piedi, fango, cani randagi, biciclette che passano cariche al di sopra di ogni immaginazione. Piove per 10 minuti e due persone si insaponano sotto l’acqua, in strada.

 

Esco. Passeggio. Tutti mi guardano, rispondono ai miei saluti dapprima intimoriti e poi regalandomi sorrisi e continue strette di mano. Non si può essere schizzinosi qui. Si avvicinano persone in tutte le condizioni, anche molti storpi, qualche lebbroso.

Un signore che sta confezionando corone di fiori da utilizzare come offerte mi regala un bocciolo rosa, profumatissimo.

Scopro un panificio, con tanto di forni al suo interno e mi fanno assaggiare quanto appena sfornato.

E poi… poi c’è un signore che taglia stoffe in mezzo a una montagna di scampoli coloratissimi e sdruciti.

 

Un bar che propone solo succo di canna, bancarelle che iniziano a friggere, fabbri, chioschetti che vendono biglietti di partecipazione a matrimoni. E ancora piccolissimi negozi con materiale idraulico, elettrico, meccanici, gommisti e fruttivendoli. Il tutto lungo la fogna. Mosche. Donne si tolgono i pidocchi a vicenda. Ragazzi arrostiscono pannocchie sul carbone, per terra.

 

Bambini ridono, stanno giocando con niente. Anzi, stanno giocando con qualcosa di straordinario: la loro fantasia.

Uno spaccato di realtà incredibile, un concentrato di quotidianità che spacca il cuore. Ma respiro dignità. Nessuno mi chiede la carità, nessuno mi inopportuna.

Arrivo sulla strada. Il caldo è infernale, gocce di sudore mi rigano la schiena. Ma non posso fermarmi. Qui il solito delirio di persone, biciclette, tuktuk e clacson, clacson, clacson. Un bue sulla strada principale traina un carro. Una mucca è sdraiata su una corsia e il traffico è costretto a confluire in un’unica carreggiata, dilatando il caos.

Cammino. Mi fermano continuamente per scattarmi foto. Mi stringono la mano. Mi abbracciano. Sono in imbarazzo. Mi sento una regina accanto a loro, mi venerano. Mi siedo con loro, provo a comunicare. Qualche parolina in hindi da parte mia, i loro grandi sorrisi, scatta il gioco del “Ora ti insegno la nostra lingua”: una parola dopo l’altra, la ripeto, ridono. Iniziano dai nomi di animale, passano alla frutta e alla verdura. Quello che vedono al momento è motivo di insegnamento da parte loro. Sto bene.

Delhi. Sono a Delhi. Profumo di incenso, di fiori e di fogna.

Le contraddizioni più assolute.

Una metropolitana super efficiente collega le varie parti della città in modo impeccabile. Doppio controllo sotto il metal detector per accedervi. Polizia. Tanta.

 

Red Fort. Spettacolare. Incredibile fantasticare su come l’acqua, un tempo, fosse collegata a tutti i padiglioni, ne immagino il luccichio e la freschezza derivanti.

Trascorro parecchie ore qui, nonostante il caldo opprimente.

 

Mangio una sorta di polpetta di formaggio fritta, me la servono dentro a un panino.

Riparto. Vado alla Tomba di Humayun, aspetto il tramonto tra i pappagalli verdi nascosti tra le fronde degli alberi. Un luogo magico, mi trasmette un senso di potenza e, al contempo, di raffinatezza.

 

Trascorro un pomeriggio nella Moschea Jama Masjid, realizzata in arenaria rossa e marmo bianco. Alle 18.30, al centro del cortile, stendono due lunghi teli di stoffa. Vi appoggiano decine di piatti con frutta e dolci. È finito il digiuno. Siamo nel periodo del ramadan.

 

È festa. Sulla strada sottostante iniziano ad arrostire e a friggere, le vie si riempiono di gente e di bancarelle. Scendo tra loro. Un signore ha delle galline in gabbia: una donna ne acquista una, la sgozzano, la spennano e la mettono a cuocere. Mangio del pollo tandoori. Poco prima un macellaio aveva della carne in vendita. Ricoperta di mosche. Anticorpi per me. Spero.

 

Delhi. Non riesco a definirla in una sola parola. Mi fermerò ancora qualche giorno. Camminerò. Ho voglia di camminare. Tra loro. Con loro.

 

India 05 - Delhi
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