India – Ajmer e Pushkar

Ajmer e Pushkar

 
 
 

Dopo quasi cinque ore di autobus (e un frittellone gigante ripieno di tutto, preso a una fermata lungo la strada e rigorosamente servito in un foglio di giornale e da mangiare con le mani) sono arrivata ad Ajmer.

 

La via per raggiungere la Moschea mi ha un pó spaesata nella sua confusione, tra storpi, lebbrosi, fedeli carichi di fiori da offrire, commercianti che vendevano ogni sorta di mercanzia.

 

Mi sono seduta un pó sulle scale di ingresso, mi sono tolta lentamente scarpe e calze, mi sono coperta il capo con un velo, mi sono soffermata a guardare quello che mi circondava. Nel giro di pochi minuti la guardia esterna ha chiamato un ragazzo e ha fatto preparare un chai da offrirmi. Il caldo era soffocante.

Entrata nella Moschea, dove è vietato scattare foto (“Pray, no pictures”, hanno continuato a ripetermi vedendo la borsa della digitale), ho assistito alle abluzioni prima e alle offerte di migliaia di profumatissimi petali di rosa poi. Tutti spingevano, tutti si accalcavano. Mi sono messa in disparte a osservarli. La gente ha continuato a entrare, a rincorrere con frenesia la possibilità di donare la propria offerta.

 

Quando sono uscita mi sono trovata sotto un mega monsone. Sono corsa all’autobus per Pushkar. Impossibile ripararsi, le strade, in pochi minuti, si trasformano in fiumi di acqua e di fango. Anche sotto a una tettoia ci si inzuppa almeno fino a metà gamba. Le mucche in mezzo alla strada, invece, sembrano goderne. Ma, tutto sommato, anche la gente sembra tranquilla, fradicia come non mai, al massimo si ferma per acquistare samosa lungo il tragitto in motorino.

 

Per fortuna a Pushkar ho trovato subito un ostello. Stanza decente e con un portico esterno con tanti materassi e cuscinoni per terra sui quali sdraiarsi.

 

Pushkar è una cittadina intrisa di religiosità e misticismo, costruita intorno al lago sacro che, si dice, essersi formato quando Brahma gettó a terra un fiore di loto. Da qui il nome Pushkar che, letteralmente, significa: Push=fiore, Kar=mano.

Una mattina mi sono svegliata alle 4.30 e mi sono diretta al lago. Decine di pellegrini hindu si stavano bagnando nelle sue acque, recitando preghiere e avendo, in sottofondo, canti melodiosi e il ritmo delle percussioni.

 

Al Brahma Temple, poi, ho incontrato un santone simpaticissimo, ha persino voluto ballare con me; poi mi ha donato dei fiori che, insieme, siamo andati a gettare nel lago.

 

Ho passeggiato nelle stradine del paese, tra decine di persone che mi davano la mano e i mille “Namaste” di saluto da parte di donne, uomini e tanti, tanti, tanti bambini dagli occhi neri come il carbone.

 

India 16 - Ajmer e Pushkar
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