Kochi - reti cinesi

India – Kochi

Kochi

 
 
 

Tre ore in treno e una nuova amica. Una ragazza che stava accompagnando il proprio papà nell’ospedale di un’altra città e a cui leggeva il giornale perché il padre non sapeva leggere. Quest’ultimo era così orgoglioso della propria figlia quando quest’ultima riusciva a imbastire tre parole di inglese con me e si rendeva conto che ci stavamo capendo…
Che tenerezza, che meraviglia vedere un sorriso, magari con tre denti in tutto, per una cosa apparentemente tanto semplice. Ma loro non avevano mai incontrato uno straniero e poter starmi accanto era già motivo di gioia. Mi sento così piccola vicino a loro che, al contrario, vorrebbero mettermi su un piedistallo come fossi una regina…
Giunta a Ernakulum, ho messo giù lo zaino in un ostello poco lontano dalla stazione e mi sono subito diretta a prendere il traghetto per Fort Cochin.
Una parentesi. La barca, a metà tragitto, ha avuto problemi a causa di un sacco di iuta attorcigliato all’elica. Il timoniere ha lasciato i comandi, si è tolto la maglia e si è buttato in acqua in mezzo all’assoluta tranquillità delle decine di indiani che mi circondavano. Sistemato il problema, si è rimesso ai comandi e siamo ripartiti.
Fort Cochin sembra un pó un paesino d’altri tempi.

 

Mi hanno accolta, subito, una serie di reti da pesca cinesi, originali sistemi di argani che si protendono verso il mare e che lasciano affondare grandi reti triangolari.
Una bella passeggiata tra case portoghesi (sotto un sole cocente che mi ha letteralmente ustionato la coppa del collo) mi ha portata al Mattancherry Palace, dal quale sono riuscita ad andarmene solo perché ha chiuso: il suo interno, infatti, custodisce dei murales hindu conservati perfettamente, ricchissimi di dettagli, senza nemmeno un piccolo spazio vuoto e dai colori delle terre.
Purtroppo non era permesso scattare fotografie, come all’interno di una sinagoga di 400 anni la cui pavimentazione era costituita da una serie di piastrelle cinesi, sulla tonalità dell’azzurro, decorate tutte a mano e il cui soffitto era punteggiato di lampade e porta-candela di vetro colorato, diverse l’una dall’altra.
Tornata sulla terraferma, tra aironi e cormorani, sono andata al mercato prima di concedermi un paper dosa (una sorta di crêpes preparata con la farina di riso e farcita con una crema di patate speziata) più grande di me.

 

Ps: se continuo così mi trasformo in scimmia… nooooo non parlo della mia disperata ricerca di una ceretta, quanto del numero di banane che, ogni giorno, divoro. Gialle, verdi, rosse, grandi, piccole e microscopiche… mi è venuta un’autentica passione!

India 28 - Kochi
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