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India – Aurangabad

Aurangabad

 

Non so se sentirmi più un’eroina, una masochista o semplicemente una matta da rinchiudere.
Quel che so è che sono arrivata ad Aurangabad in millemila ore di autobus sgangherato, con un pezzo di lamiera staccato al mio fianco, modello ghigliottina laterale, finestrini che si aprivano e chiudevano da soli in base alle crepe sulla carreggiata (o che fosse un bus domotico?!!) e, soprattutto, corsie dove il fondo delle buche era la parte più liscia. In pratica ho trascorso una nottata e quasi una giornata saltando su un sedile durissimo e con lo schienale perfettamente verticale ringraziando pure i tanti, tantissimi dissuasori di velocità formati da 1 a 6 piccoli dossi di asfalto. Un ottimo massaggio drenante!
Intorno a me una famiglia con un bimbo di due anni, trattato come un principe: il piccolo beatamente sdraiato, i genitori sul bordo del sedile senza mai poter appoggiarsi allo schienale.
Qualche posto più indietro, un’altra famigliola con una bambina di tre anni, lasciata a se stessa. La mamma dormiva, la piccola giocava, urlava, mangiava quel che trovava anche per terra e ciucciava la sbarra del finestrino.
Una coppia di anziani sembrava molto signorile: lui, con i capelli d’argento. indossava un mundu di un bianco immacolato (un grande pezzo di stoffa arrotolato al bacino e fatto passare tra le gambe), lei un saree di seta giallo e turchese (qualche giorno fa mi hanno spiegato che il saree è lungo dai 5 ai 9 metri!) e un orecchino enorme al naso.
Due ragazzi davanti a me hanno chiacchierato l’intera notte, sembravano studenti, ogni tanto cercavano di imbastire qualche mezza parola in inglese con me ma ci siamo capiti con enormi difficoltà.
Molti anziani erano soli, con un sacchetto di plastica come bagaglio.
Io mi sono seduta a metà autobus, questa volta volevo evitare di guardare la strada. Un’iniezione di fiducia agli autisti (che, per la cronaca, ad un certo punto sono cambiati sostituendosi in mezzo a un piazzale di terra battuta dimenticata da Dio)… ma forse è stata più una scelta dettata dal non voler vedere la guida folle in perfetto Indian Style. Personalmente ho passato il tempo guardando i miei compagni di viaggio e sgranocchiando piselli tostati e salati.
Ogni tre ore, circa, ci fermavamo in qualche “autogrill” di fortuna. Occasione per mangiare qualcosa assieme (e tentare di rispondere alle mille curiosità destate… come ti chiami, hai figli, da dove vieni… Italy?! Sonia Gandhi!) e per andare in bagno. Eeehhhrrrmmmm… bagno… quello delle donne non è altro che un muricciolo lungo con un piccolissimo scolo a ridosso dello stesso; sostanzialmente si fa la pipì per terra, contando sulla leggera inclinazione del pavimento verso il muricciolo.
Alla fine del percorso, come sempre, è iniziata la metamorfosi: gente che estraeva dalla borsa legnetti da passare tra i denti, pettini che emergevano dai taschini delle camicie e qualche maglietta, precedentemente avvolta dentro a qualche zaino, da cambiare. Pronti ad affrontare la giornata in modo decisamente più dignitoso.
Sono arrivata ad Aurangabad contando di trovare subito un ostello. Le ultime parole famose. Fortunatamente, dopo un’ora di cammino sotto il sole e con lo zaino in spalla, un signore mi ha consigliato di andare in un lodge (lodge??? ah, qui gli ostelli li chiamano lodge!) vicino alla stazione dei treni. Contrattazione del prezzo estenuante (ha mollato il proprietario, ovviamente!) e, finalmente, giro per la città per sgranchirmi le gambe.
Ad Aurangabad c’è il Bibi Qa Maqbara, chiamato “Taj Mahal dei poveri”: in effetti la somiglianza con lo splendido mausoleo è palese, ma, in questo caso, solo la cupola e il basamento sono in marmo, il resto è in malta e gesso.
Piano piano, nei giorni trascorsi ad Aurangabad, ho iniziato a conoscere ambulanti ed esercenti vari: c’era chi mi preparava il tè nero grattugiando dentro una radice intera di zenzero, chi mi vendeva la frutta (è strano, all’inizio, sentir chiedere prezzi anche 5 volte maggiorati rispetto a quanto pagano i locali… poi basta qualche parola, una battuta, la determinazione nel dimostrare di conoscere i prezzi reali e… via, non sei più un turista da spremere ma uno di loro, orgogliosi di farmi assaggiare i loro dolcissimi prodotti – certo, poi esagerano e vorrebbero vendermi anche patate e zucchine senza riuscire a comprendere davvero perché io non possa cucinarli! -), chi mi preparava un delizioso pollo tandoori o dei thali (menù completi a prezzi fissi) meravigliosi.
C’era pure un nonnino che, alla sera, mi arrostiva le pannocchie nella sua bancarella con le ruote. Aveva gli occhi buoni, ma non siamo mai riusciti a scambiarci molte parole: la nostra comunicazione avveniva permettendomi di grigliare a mio piacimento le pannocchie. Arrivavo, metteva sul carbone la mia pannocchia quotidiana e poi si metteva in disparte, guardandomi armeggiare ma controllando sempre la cottura finale. L’occhio esperto era sempre vigile su di me e il suo sorriso finale era caldo ed emozionante più di un abbraccio.

 

India 37 - Aurangabad
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